Vita di Bernardino Ramazzini

Bernardino Ramazzini nasce a Carpi il 4 ottobre del 1633, secondo di cinque fratelli, da Bartolomeo Ramazzini e da Caterina Federzoni, una coppia, sembra, non particolarmente agiata.

Dall’albero genealogico della famiglia è stato possibile capire che il capostipite, tale Francesco Caracci alias Franchini, si sarebbe insediato a Carpi alla fine del XVI secolo, durante il regno di Ercole I d’Este (1471-1505), probabilmente come effetto della ricompensa di servigi prestati alla Casa d’Este durante o all’indomani della spedizione italiana di Carlo VIII di Francia. Il nome Ramazzini sarebbe quindi stato introdotto successivamente, da principio come soprannome, permanendo per tanto tempo una notevole incertezza sulla sua corretta traslitterazione, anche per i contemporanei del più celebre Bernardino: benché questi si firmasse quasi esclusivamente “Ramazzini”, tanto nel suo certificato di battesimo, quanto in quello dei fratelli (ad eccezione di quello di Antonio), che nei più tardi documenti di Modena e Padova, sono attestate forme alternative quali “Ramacini” e “Ramaccini”.

Bartolomeo Ramazzini, nipote ex frate di Antonio, medico e più vicino allo zio sia per motivi professionali che familiari, è da considerare a tutti gli effetti il primo biografo del nostro (Ramazzini, Bart., 1716). Bartolomeo sposerà in seconde nozze la sorella di Ludovico Antonio Muratori (1672-1750).

In anni più recenti e, successivamente alla compilazione di altri importanti biografie (Zorzi 1717, Tiraboschi, 1783; Maggiora, 1902; Koelsch, 1912; Maggiora, 1918; Maggiora 1933), è stato principalmente Pericle di Pietro a indagare e sistemare, a più riprese, anche molti dei problemi biografici del nostro rimasti per lungo tempo aperti, a partire da quelli, molti, tramandati in maniera incompleta o infedele (Di Pietro, 1964; Di Pietro, 1977; Di Pietro, 1983; Di Pietro, 1999).

I primi studi Ramazzini li compie presso i Gesuiti della sua città per poi trasferirsi, diciannovenne, a Parma e non a Ferrara ormai sotto l’influenza dello stato papalino, come succedeva d’abitudine negli anni precedenti per colo che abitavano sotto gli Estensi; e a Parma, allora ducato retto dai Farnese, il 21 Febbraio 1659, prende la laurea in Filosofia e Medicina. Non si conosco bene i motivi della scelta, sta di fatto che la medicina pratica il nostro decide di apprenderla a Roma, seguendo l’attività e gli insegnamenti di Antonio Maria de’ Rossi (1588-1671), figlio dello storico e archiatra di Papa Clemente VIII, un medico all’epoca molto apprezzato e professore alla Sapienza, con una precedente esperienza di medico capo di Ravenna. Da Roma, su indicazione di de’ Rossi Bernardino si trasferisce nel Ducato Di Castro, nel viterbese, con il ruolo di medico “condotto”, dove rimane fino all’aprile del 1663 quando, ammalato di malaria imperversante in quella regione, rassegna le dimissioni per ritornare a Carpi. Del periodo viterbese, non brevissimo, della vita del nostro autore esistono relativamente poche testimonianza e vane sono risultate le ricerche di fonti capaci di meglio connotarlo. Ognuno dei biografi ha avanzato ipotesi semplici quanto verosimili sull’importanza di questa esperienza: Ramazzini ha appreso la medicina pratica; ha prestato la sua opera a popolazioni rurali, povere e bisognose; ha fatto molta esperienza; ha potuto toccare con mano come delle precise condizioni di vita e ambientali influiscano sulla salute degli uomini. Il nostro si allontana dal Ducato di Castro dapprima in forma temporanea (dal 13 Agosto 1662), quindi definitivamente (giugno 1663). Si deve pensare che l’operato di Ramazzini sia stato molto apprezzato dai cittadini di quella regione tanto da pesare come una spada di Damocle sul suo successore, un certo Rubbini di Bolsena, i cui servigi furono infine accettati soltanto dopo un anno, e molti reticenze (Riccò, 2005).

Finita l’esperienza nello stato della Chiesa e tornato a Carpi si sposa, il 13 febbraio 1665, con la concittadina Francesca Guatoli; dal matrimonio nascono quattro figli, di questi i due maschi muoiono in tenera età. La primogenita non avrà figli, i nipoti Ramazzini li avrà invece dalla figlia Gismonda: tre li ritroviamo a Padova con il nonno e lo aiuteranno, negli ultimi anni della sua vita, come lettori e amanuensi. Nel periodo carpigiano il medico si dedica, con buoni risultati, all’esercizio della professione partecipando inoltre, attivamente, alla vita culturale della città, come è dimostrato anche dalla sua iscrizione, nel 1668, all’Accademia degli Apparenti di Carpi.

Alla fine del 1676 Bernardino risulta sicuramente trasferito con la famiglia a Modena dove, proprio in quegli anni, comincia la ricostruzione del già glorioso Studio Pubblico di San Carlo. Ramazzini si circonda di una fama sempre crescente di clinico e di studioso venendo apprezzato anche alla corte del Duca Francesco II d’Este. Gli viene affidata, a quarantanove anni, l’unica cattedra di medicina del ricostruito Studio e anche l’incarico di pronunciare, il 5 novembre 1682, l’orazione inaugurale. Parallelamente allo Studio, a Modena nasce, nel 1683, l’Accademia Ducale dei Dissonanti che vede il nostro medico come membro fondatore. Nell’anno accademico 1685-1686 viene istituita una seconda cattedra di medicina affidata a Francesco Torti (1658-1741); le due cattedre denominate Medicina Teorica e Medicina Pratica vedono alternarsi i due docenti apparentemente senza una regola precisa. Nei corsi tenuti da Torti compaiono argomenti di fisiologia e di igiene, in quello di Ramazzini per l’anno 1690-1691, abbandonato il commento dei testi ippocratici, vengono trattati, in maniera monografica, le malattie dei lavoratori. Nel 1691 Ramazzini e Torti, amici ma anche futuri avversari sul giudizio da assegnare alla terapia con la corteccia di china, ricevono la nomina onorifica di “medici di corte” che comportava anche l’intrattenimento di Francesco II per un’ora prima della cena, “a discorrere e conversare, con letture virtuose e ragionamenti di cose letterarie”, ma non sono escluse prestazioni di carattere professionale, come quella di “sentire il polso”, dopo il colloquio e prima della cena (Di Pietro, 1983), anche se un Antonio Abbati, medico, risulta regolarmente “a bolletta” presso l’Amministrazione Ducale, cioè pagato per curare i personaggi della corte. In questo periodo modenese la produzione scientifica diventa un tramite che avvicina Ramazzini a Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) incontrato a Modena alla fine del 1689; con questi instaura un’amicizia che si protrarrà nel tempo, testimoniata da uno scambio epistolare che va dal 1690 al 1704 (Di Pietro, 1964; Di Pietro, 1965). La tedesca Accademia Cesareo-Leopoldina dei Curiosi della Natura lo accoglie tra i suoi membri con il nome di Ippocrate Terzo, inviandogli il relativo diploma in data 18 novembre 1693. Un ruolo importante, nel favorire i rapporti tra Ramazzini e i vari personaggi del mondo scientifico e culturale del suo tempo, lo ha Antonio Magliabechi (1633-1714), erudito e influente bibliotecario del Granduca di Toscana; gli scambi epistolari tra i due sono frequenti e le lettere del primo, conservate alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, sono state studiate da Pericle di Pietro (Di Pietro, 1964). Tra gli altri corrispondenti di Ramazzini figurano Marcello Malpigli (1628-1694), Giovanni Maria Lancisi (1654-1720), Ludovico Antonio Muratori, Giovanni Ascani. Amicizia il nostro intrattenne con Giovanni Cinelli (1625-1706), irrequieto medico e letterato fiorentino che lo sostenne in una delle sue controversie. Di Pietro esprime il giudizio che, nonostante le inevitabili controversie, Ramazzini fosse dotato di carattere equilibrato e di sana religiosità; si preoccupa di far caprie che è un seguace delle prescrizioni e degli interessi ecclesiastici, diventando anche medico in alcuni conventi di suore, ma è capace di contestare quelle situazioni determinate dalla Chiesa, che risultano in contrasto con le più avanzate conoscenze mediche e igieniche, come nel caso dell’abolizione dei bagni pubblici, stabilita con motivazione di ordine morale, e del seppellimento dei morti nelle chiese. In una sua lettera egli fa su di sé la seguente considerazione: “Oggidì beato, almeno in questo mondo, chi sa così bene fingere; io per me sarò sempre infelice perché non ho mai potuto apprendere una tale arte” (Di Pietro, 1964). In un’altra lettera del 1699 indirizzata a Magliabechi esprime con chiarezza le sue propensioni scientifiche e culturali : “Mi sarà caro che S. V. Ill.ma scriva quello che giudica bene di Galileo, splendore di sì sub.me Città, come parim.ti del Borelli, Autori da me tanto stimati. Tra i Letterati, degni di cui facciasi menzione parmi che debba riporsi il Baccone, e l’Harveo, scopritore del moto circolare del sangue. Tra i Filosofi il Gassendi e il Cartesio. Tra i poeti toscani il Marino, il Tassone, e il Deleman” (Di Pietro, 1964). Il carpigiano mostra di essere anche un attento osservatore di avvenimenti importanti dal punto di vista culturale e sociale (Turchi, 2002); ecco, ad esempio, il racconto che fa al nipote Bartolomeo, in una lettera del 12 maggio 1713 pubblica da Maggiora: “… Quì corre una pessima stagione pessima, piovosa non avendo figura di primavera e si fanno perciò pubbliche preghiere. I poveri villani muoiono di fame, né ponno seminare i fromentoni, il quale vale L. 52 il moggio e 62 il frumento. Un bellissimo accidente è occorso in Este. Un contadino andò a trovare certo signore detto Gentilini ricchissimo, lo prega, lo scongiura, a dargli del frumentone senza denaro perché moriva di fame egli e la sua famiglia e questo glie lo nega, il contadino disperato va a casa, piglia un archibugio e va ad uno posto per dove doveva passare il Gentilini, e quando questo arriva s’alza in piedi coll’archibugio alla mano, e gli dice che si fermi e gli dia del denaro, questi per salvare la vita mette fuori una borsa dove erano 19 zecchini, il villano, piglia un solo zecchino e li rende la borsa e dice che vada. Il contadino pensando à casi suoi va a trovare il prete della villa e li racconta il fatto, il prete ammirando l’azione generosa gli donò uno zecchino e li promise andar a trovare il Gentilini acciò non lo querelasse alla giustizia, andò questi a trovare il suddetto, il quale li diede parola non li dar molestia alcuna, acciò li diede uno zecchino da donare al suddetto contadino; questo è il caso seguito … ” (Maggiora, 1902).

La “promozione” all’Università di Padova, ricercata da Ramazzini da qualche tempo, si realizza nei primi giorni di novembre del 1700, lo stesso anno in cui era uscita dal torchio la prima edizione de le Malattie dei lavoratori. Non sono conosciuti con precisione i reali motivi e le implicazioni di questo passaggio; si può ipotizzare che Ramazzini aspirasse alla cattedra di Padova perché quella era un’Università più famosa; non è inoltre trascurabile il fatto che la situazione economica e politica di Modena era mutata decisamente in peggio, tanto che in una lettera del 1704, indirizza a Leibniz, il nostro scrive che la sua patria era ben diversa da quella che aveva lasciato e che Leibniz aveva conosciuto. Con un documento del 26 agosto 1700 il Senato Veneto comunica a Ramazzini la nomina a “Lettore presso lo Studio di Padova nella cattedra di Pratica Ordinaria di Medicina in secondo luogo”; infatti, nei primi mesi del 1699 nello Studio patavino si era resa vacante la seconda cattedra di Medicina pratica e i Riformatori avevano assunto informazioni su vari professori. Nel dare la comunicazione ufficiale il Senato riporta parole di lode per il neo eletto: sono state raccolte “piene e fondate relazioni che il Dottor Bernardino Ramacini da Modena si attrovi adorno di requisiti più desiderabili di virtù e di dottrina, e che con l’opre sue erudite date alle stampe autentica la consumata esperienza che nella età sua avanzata possede negli essercitii difficili dell’Arte medica, et nelle mathematiche ancora”; viene anche richiamata la circostanza che egli era “molto propenso ad abbracciare in Padova una lettura” (Di Pietro, 1983; Di Pietro, 1999). Del trasferimento parla anche Ludovico Antonio Muratori in una lettera del 13 novembre 1700 indirizza a Magliabechi: “Giunse felicemente a Venezia e Padova il nostro Signor dottor Ramazzini e avrà a quest’ora fatto conoscere il suo sapere sulla cattedra medica. Qui il suo libro si vende assai caro; male si consolerà col suo esempio quale che altro ippocratico, per salvare la sua avarizia nel vender libri” (Muratori, 1854). Dopo un mese di ambientamento, passato anche a frequentare le lezioni pubbliche, il 12 dicembre del 1700 il Carpigiano fa il “solenne ingresso” pronunciando l’Oratio Secularis. Le lezioni del maestro carpigiano, a partire da questa, vennero giudicate molto favorevolmente dalle autorità accademiche, le quali scrivendogli un elogio, in data 25 agosto 1708, gli confermarono la cattedra per la quale egli aveva invece temuto, per via della sua età, avendo raggiunto i settantaquattro anni. Nel marzo del 1709 gli viene affidata la prima cattedra di Medicina pratica che si era resa vacante; viene confermato anche nel 1713, passato il quadriennio, a ottanta anni. In questo periodo i riconoscimenti accumulati da Ramazzini sono incessanti: nel 1704 viene annoverato tra gli Arcadi con il nome accademico di Licoro Langiano; nel 1707 è iscritto alla Societas Regia Scientiarum di Berlino su proposta del suo presidente Leibniz; nel 1708 “per atto di pubblica benignità” gli viene concesso l’ingresso nel Collegio dei Filosofi e Medici; per il triennio 1708-1711 riceve la nomina di Presidente del Collegio degli Artisti. Anche il periodo padovano è costellato di molti lavori scientifici, di nuovi e originali e di ampliati e rivisti che lo rendono sempre più noto nella comunità scientifica europea (Shryock, 1977).

Dalla sua attività professionale, e non dalla stampa dei suoi libri, Ramazzini aveva tratto un certo vantaggio economico che aveva investito in possedimenti nella campagna di Modena, dove tornava ogni estate, e di questi scrive spesso nelle lettere indirizzate al nipote Bartolomeo, suo curatore, con toni preoccupati per le loro basse rendite. La salute del nostro, dopo il periodo trascorso nel ducato di Castro, era stata buona; nel 1703, dopo i primi anni padovani, comincia ad accusare dei disturbi, una “palpitazione di cuore”, che egli stesso attribuisce al cambiamento di clima, all’alimentazione e principalmente al vino, e al modo di vivere che a Padova era diventato più sedentario; è riferito anche uno stato di depressione “reattivo” che lo induce a ricorrere a “rimedij spirituali” (Di Pietro, 1999). Nel 1705 compaiono i primi disturbi visivi che si aggraveranno negli anni successivi fino a ridurlo alla cecità.

Le alterazioni vascolari cerebrali delle quali il nostro è portatore, gli causano, negli ultimi anni della vita, varie indisposizioni “certificate” da Giovanni Battista Morgagni (1682-1771), suo medico curante e collega all’Università il quale gli diagnosticherà un’emorragia cerebrale che, invasi i ventricoli gli provocherà, dopo dodici ore, la morte. È il giorno 5 novembre 1714 e Ramazzini si stava recando, come d’abitudine, allo Studio per tenere la sua lezione; viene sepolto non lontano dalla sua abitazione padovana nella chiesa della Beata Elena Enselmini, in borgo Ognissanti, nella via che oggi porta il nome di Giovan Battista Belzoni (Terribile Wiel Marin e Rippa Benati, 2001). Anche se non esiste consenso sulla collocazione del sito tombale si ritiene che le spoglie di Ramazzini si trovino nella cripta che si trova davanti al presbiterio della Chiesa. Bartolomeo Ramazzini detta per lo zio un’epigrafe che per tanto tempo è stato possibile leggere soltanto in calce alla biografia dallo stesso redatta, infatti non risulta sia stata trascritta su marmo a cura dell’esecutore testamentario, il nipote Francesco Medici. Cosa che invece verrà fatta, a cura dell’Università di Padova, in occasione del terzo centenario della nascita di Bernardino Ramazzini. Dal 1933 pertanto sulla parete laterale della chiesa della Beata Elena in via Belzoni a Padova è possibile leggere:

BERNARDINO RAMAZZINI / CARPENSI / PHILOSOPHO

AC MEDICO / IN MUTINENSI ACADEMIA / PRIMUM

MEDICINAE THEORICAE PROFESSORI / POSTREMO / IN

PATAVINO LYCEO PRACTICAE MEDICINAE / PROFESSORI

PRIMARIO / QUI SUMMA LITERARUM JACTURA / OCTOGENARIO

MAJOR / E VIVI EXCESSIT / NONIS NOVEMBRIS

ANNO SALUTIS NOSTRAE MDCCXIV / UT

GRATUM SE CELEBERRIMO PATRUO OSTENDERET /

INSCRIPTIONEM HANC POSUIT / AMANTISSIMUS EX

FRATRE NEPOS / BARTHOLOMAEUS RAMAZZINUS /

MEDICINAE DOCTOR.

PATAVINA UNIVERSITAS STUDIORUM / QUOD RAMAZZINUS

/ DE MORBIS ARTIFICUM CURANDIS OPTIE

MERITUS / EDITIS LIBRIS OMNIUM PRIMUS TRACTAVIT

/ ANNO SAECUL. AB EIUS NAT. III REDEUNTE / HUNC

TITULUM / TANDEM LAPIDE INCIDENDUM ET PROPE

SEPULCRUM CONLOCANDUM / IV NON. OCTOBR. A.

MDCCCCXXXIII. XI A F.R. / CAROLO ANTI RECTORE /

DECREVIT

Gli eventi celebrativi del trecentesimo anniversario della pubblicazione del De Morbis sono stati l’occasione per effettuare ricerche sul luogo di sepoltura di Ramazzini che hanno portato all’identificazione della cripta ove verosimilmente hanno trovato sepoltura le sue spoglie. Il 5 giugno 2002 nella Chiesa di Beata Elena a Padova ha avuto luogo la ricognizione del corpo e si è provveduto alla rimozione della lastra di marmo sovrastante la cripta che conserva le spoglie, alla raccolta dei resti e alla loro composizione. Sui resti così raccolti è stato stabilito di compiere ulteriori ricerche (Franco, 2002).

Tratto da “Bernardino Ramazzini Opere Mediche e Fisiologiche” a cura di Franco Carnevale, Maria Mendini, Gianni Moriani, CIERRE Edizioni.

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